Spesso ci si domanda perché piazza Saffi a Forlì abbia un valore così forte per molti forlivesi (e non solo). Per capirlo non bisogna solo risalire alla grandezza risorgimentale di Aurelio o al valore religioso e laico della abbazia di San Mercuriale; ma anche agli eventi che quella piazza ha visto. Uno dei più tragici, sicuramente il più macabro, fu quello del 18 agosto del 1944, quando quattro corpi vennero appesi ai lampioni della piazza. 

Gli stessi lampioni che sono ancora lì oggi, a ornare il centro cittadino, con la stessa effige dei fasci di combattimento (giustamente, perché la storia non si cancella) che durante il Ventennio venne incisa sul basamento di ogni punto luce installato nella piazza. E che quel giorno che oggi ricordiamo funsero da patibolo della libertà. 

I corpi erano quelli dei partigiani Iris Versari, Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli. Cui si aggiunge idealmente (capirete il perché più sotto) quello di Tonino Spazzoli. 

Fu la soffiata di una spia, di un amico corrotto o di un prigioniero costretto a parlare dalle torture subite, a fare di quel giorno di 75 anni fa una data-simbolo. Ai nazifascisti arrivò la notizia che la “Banda Corbari”, autrice di numerose azioni di resistenza e contrasto alle truppe nemiche, si trovava tra Modigiliana e Tredozio; per la precisione a Ca’ Cornio, sull’Appennino tosco-romagnolo. 

Una squadraccia prepara l’agguato e il 18 agosto fa irruzione nell’edificio dove avevano trovato rifugio i partigiani. Ne nasce un conflitto nel quale Iris Versari, tenace donna della Resistenza, dopo aver ucciso uno degli assalitori si toglie la vita pur di evitare l’umiliazione di finire nelle mani nemiche.

Fuori, Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli, vengono sopraffati dalla superiorità numerica dei nazifascisti e fatti prigionieri. Corbari e Casadei vengono impiccati ed esibiti alla popolazione a Castrocaro, nei pressi della loggia. Spazzoli viene ucciso lungo la strada verso Forlì, per motivi riconducibili forse ai lamenti dovuti alle ferite riportate durante il conflitto di Ca’ Cornio. 

I fascisti si danno appuntamento in piazza Saffi e decidono di appendere ai lampioni, in tempi diversi, i cadaveri dei quattro partigiani uccisi quel giorno: Iris Versari, Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli. Come se fosse un bottino di caccia. 

La scena doveva servire da avvertimento alla popolazione civile; ma viene usata anche come ulteriore tortura e sevizia nei confronti di Antonio “Tonino” Spazzoli, fratello di Arturo, finito nelle mani dei fascisti qualcun giorno prima. Dopo l’orribile scena, Tonino fu portato a Coccolia (nella campagna tra Forlì e Ravenna) e trucidato davanti alla gente del posto. 
Era colpevole di non aver rivelato, nonostante le tortura, nessuna notizia sul gruppo di cui faceva parte: addirittura pare avesse ingerito un foglio pieno di nomi e informazioni sulla “banda Corbari”.

Sono passati 75 anni da quegli eventi; ma meritano di essere ricordati e bisogna continuare a farlo per sempre. Non solo per un esercizio mnemonico, ma anche per contrastare il negazionismo che qualcuno di tanto in tanto sfoggia con spavalda disinvoltura (affermando, ad esempio, che fu giusto uccidere e impiccare quei corpi). E come antidoto affinché quel che è avvenuto possa davvero non accadere mai più. 

Primo Levi, di cui da poco si sono celebrati i 100 anni dalla nascita, ha scritto parole definitive sul valore della memoria. Che voglio riportare qui: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti”.
Proprio così, tutti.