“Io sono nobody”: Annalena Tonelli si definiva così, “nessuno”. Perchè la sua missione a fianco di malati e dei più poveri non apparteneva ad alcuna congregazione religiosa o organizzazione, ma solo alla propria vocazione. Riteneva che “la vita ha senso solo se si ama”, anche quando lo si fa al prezzo della vita come è capitato a lei: il 5 ottobre del 2003 un commando di terroristi integralisti islamici la uccise a Borama (Somaliland, stato adiacente alla Somalia non riconosciuto dalla comunità internazionale e fuori dai riflettori della grande stampa), nel vano tentativo di annientare il suo messaggio.

Annalena Tonelli è una personalità di cui l’Italia deve andare fiera e che dovrebbe anche valorizzare di più: missionaria laica, ha speso la propria vita in teatri difficili nel corno d’Africa, aiutando migliaia di persone ad avere una vita più dignitosa, a sconfiggere malattie, a conoscere il bene. Un impegno cominciato nel 1963 quando fonda il Comitato per la lotta contro la fame nel mondo, ancora oggi attivissimo, grazie al quale comincia una intensa attività di studio e approfondimento sui problemi (all’epoca pressochè sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione) della fame nel mondo e del sottosviluppo.

Da lì prende consapevolezza della necessità di organizzare in maniera concreta e strutturale una filiera di solidarietà in grado di sostenere le popolazioni colpite dalla miseria più profonda e il Comitato che ha fondato assieme ad altri amici avvia una intensa azione di raccolta, selezione, riciclaggio di materiali usati tutto su base volontaria. Il materiale raccolto viene venduto a prezzi modici alimentando un fondo attraverso il quale vengono finanziati progetti di promozione umana e sociale nei Paesi del Terzo Mondo. Dove la stessa Tonelli comincia a recarsi e a vivere, tra Kenya e Somalia , dove tra le altre cose realizza una Scuola speciale per sordomuti e bambini disabili e il Centro antitubercolosi, grazie al quale migliaia di persone vengono assistite e guarite.

Il Comitato è attivo ancora oggi, ad oltre 50 anni dalla sua fondazione e a 15 anni dall’assassinio di Annalena, e grazie all’impegno delle donne e degli uomini che vi lavorano gratuitamente vengono spediti indumenti, cibarie, materiali sanitari, didattici, in più di 100 ambulatori, ospedali e missioni (molti personalmente conosciuti) nelle zone più povere del mondo. A livello locale, assieme alla Caritas, è stato aperto l’Emporio della solidarietà, che grazie anche alla legge contro gli sprechi alimentari, permette di aiutare centinaia di famiglie non abbienti che vivono sul territorio.

Sono storie come queste che devono spingerci a non cedere a chi vuole costruire una società basata sull’odio, sulla discriminazione, sull’identificazione del diverso come un nemico e ad investire nel sostegno a iniziative di cooperazione. Quei terroristi che il 5 ottobre di 15 anni fa uccisero Annalena Tonelli si illusero di aver ucciso anche il suo spirito e la sua umanità. Non ce l’hanno fatta: i volontari del Comitato ne sono la dimostrazione più bella.

Nel 2003 Annalena ha ricevuto anche il premio Nansen, attribuito dall’Onu come riconoscimento mondiale per “l’eccellente servizio alla causa dei rifugiati”: l’unico italiano che prima di lei aveva ricevuto il premio è stato Luciano Pavarotti. Quella di Annalena è una delle più grandi testimonianze di speranza della nostra epoca, meriterebbe di essere raccontata in tutte le scuole e, magari, anche a qualche governante. Perchè forse, finalmente, capirebbero che il bene e l’umanità sono più forti dell’odio sparso a piene mani.

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