Il governo giallo-verde si è insediato da meno di un mese ma già fioccano le polemiche su diversi temi delicati: dalla gestione dell’immigrazione, al superamento del “bonus cultura” per i 18enni, fino alla volontà di superare la legge contro il caporalato.

Su quest’ultimo fronte, il neo ministro per le Politiche agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, ha affermato pubblicamente la volontà del nuovo esecutivo di cambiare e superare la legge n.199/16, con la quale il parlamento nella precedente legislatura ha messo un’argine ad una pratica disumana che ledeva la dignità di troppi lavoratori. Gli ha fatto eco il vice premier Salvini con la consueta grancassa mediatica.

È davvero così? Come stanno realmente le cose? Analizziamo i numeri, che parlano di persone salvate e di caporali consegnati alla giustizia.

Secondo il “Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale” dell’Ispettorato nazionale del lavoro, pubblicato lo scorso febbraio, da quando la legge è entrata in vigore il 3 novembre 2016, sono stati identificati 5.222 lavoratori irregolari, di cui 3.549 in nero. Inoltre, sono stati individuati 387 lavoratori che venivano sfruttati nei campi e sono state sospese 360 attività imprenditoriali.

Prima di questo provvedimento di dignità e di civiltà, queste persone non avevano alcuna tutela: per pochi euro l’ora, infatti, lavoravano anche 15 ore al giorno, in presenza di qualsiasi condizione atmosferica e senza una minima tutela della propria salute. Per il ministro Centinaio la prova che la legge non funziona sta “nelle bidonville che sono rimaste” con i caporali che continuano a sfruttare le persone.
Lo sfruttamento continua ad esserci perché non si può estirpare dall’oggi al domani un fenomeno che ha segnato il lavoro nelle campagne (ma non solo) per decenni.

Proprio per questo, la legge non deve in alcun modo essere smantellata: deve rappresentare un deterrente semmai da potenziare contro tutti quei criminali che hanno ottenuto il proprio guadagno sulla pelle di persone disposte a tutto pur di lavorare. Si ragioni semmai su come migliorarne l’applicazione, su come salvaguardare chi opera in regola nel pieno rispetto delle norme rispetto a chi puntualmente le aggira, su come renderla più efficace; ma non si elimini un provvedimento che va nella direzione giusta, quella di difendere la qualità del lavoro.