case-immobiliMettiamolo subito in chiaro: non c’è alcuna intenzione da parte del governo e del parlamento di favorire il pignoramento o l’esproprio delle case da parte delle banche. 
Anche io, come tanti, mi sono preoccupato leggendo le notizie di stampa e il testo del decreto legislativo di cui si sta parlando in questi giorni. Di cosa si tratta? L’Italia è chiamata a recepire una normativa europea che ha lo scopo di semplificare le procedure in caso di inadempimento. Lo fa cercando di recepire la norma europea (che è obbligatoria, non ci si può esimere) in maniera più conveniente per tutti. Il cittadino potrà contare, rispetto ad oggi, su una serie di maggiori tutele: in fatto di trasparenza, dal momento che la normativa rafforza gli obblighi di chiarezza a carico della banca rispetto alle condizioni del contratto; nella valutazione dell’immobile, visto che si prevede venga affidata a figure competenti che devono agire nell’interesse del consumatore. Il criterio che ispira le nuove norme e’ dunque quello di una maggiore consapevolezza del contraente.
 
Le banche, da parte loro, sono tenute a considerare in modo approfondito la posizione della persona che chiede il mutuo, in modo da evitare a monte la possibilità che si determinino delle sofferenze.
 
Rispetto al punto specifico del mancato pagamento di 7 rate, come Commissione Finanze stiamo lavorando a un parere che impegna il governo a specificare che la norma non sia retroattiva e non riguardi quindi i contratti già esistenti. Inoltre si prevede che il trasferimento dell’immobile in garanzia debba avvenire con un atto del debitore e non della banca; si stabilisce che vadano chiarite quali sono le condizioni che determinano l’inadempimento, distinguendolo dal ritardato pagamento (che è gia disciplinato, come vedremo tra poco). Infine, occorre garantire l’assoluta indipendenza della figura che valuta l’immobile, facendolo eventualmente nominare dal presidente del tribunale.
 
Una doverosa precisazione: già oggi, da anni, l’articolo 40 del Testo Unico Bancario prevede che la banca possa invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive, precisando che a tal fine costituisce ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centoottantesimo giorno dalla scadenza della rata.
 
Lo stesso articolo di legge stabilisce che al di sotto dei trenta giorni, il ritardo nel pagamento è quindi privo di conseguenze (nella lettera della legge, non costituisce neppure un ritardo). Il ritardo superiore a trenta giorni, purché non superi i centoottanta giorni dalla scadenza della rata, non autorizza ancora la banca a risolvere il contratto, purché non si tratti di episodio reiterato, anche non consecutivamente, per almeno sette volte.
 
La norma che in questi giorni viene agitata come pietra dello scandalo, non tocca questo articolo, che rimane invariato.