Molti commentatori italiani e una parte dell’opinione pubblica sono concentrati in questi giorni sull’esito delle elezioni in Grecia. Ha vinto, come previsto, Alexis Tsipras, leader di una federazione di partiti (circa una ventina) di centrosinistra riunita sotto il nome di “Syriza“. Per Tsipras si prospetta un lavoro molto complesso; non basta declamare al mondo (ma soprattutto ai propri elettori) la volontà di liberarsi dai vincoli europei; serviranno atti concreti e coraggiosi, senza i quali il moto di ribellione contro Bruxelles porterà a ben poco.

Quando sono stato ad Atene ad aprile 2014 per una serie di incontri istituzionali legati al semestre di presidenza greca del consiglio UE, ho avuto la sensazione di un paese vittima della rassegnazione. Una terra che è culla della civiltà in cui, però, tanti avevano smesso di sperare e sognare sotto il peso di una crisi economica profondissima; al punto che uscendo da Atene lungo la strada di tanto in tanto era possibile trovare auto abbandonate ai lati da automobilisti che avevano finito la benzina e i soldi per il rifornimento.

La vittoria di Alexis Tsipras è una buona notizia prima di tutto per la Grecia, che ha la possibilità di rialzare la testa, ritrovare speranza e coraggio; ma anche per chi, come l’Italia, si sta battendo per fare dell’Europa non solo la casa dei divieti e dei vincoli, ma il motore per rilanciare investimenti e crescita. Lascerei perdere i parallelismi tra la situazione politica italiana e quella greca, così come la beatificazione anticipata di Tsipras che si legge in qualche commento: il suo primo atto è stato quello di formare un’alleanza di governo con la destra oltranzista, anti-euro e ultraortodossa.

P.S. Per chi esulta sulla paventata ipotesi che il nuovo governo greco si rifiuti di pagare i debiti accumulati dalla Grecia, segnalo che una parte consistenti di quei debiti sono con l’Italia. Il nostro Paese è il terzo creditore, per una somma complessiva di oltre 40 miliardi (sì, miliardi) di euro nei confronti di Atene.

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