Sbaglia chi pensa che sia qualcosa di astratto e lontano dalla nostra quotidianità il caos istituzionale che si è venuto a creare sulla formazione del nuovo governo. Qui in gioco c’è la tenuta dei principi costituzionali di divisione dei poteri, la terzietà del capo dello Stato, il rispetto del gioco democratico, il mantenimento della pace sociale e dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile.

Cosa è successo? Dopo il 4 marzo per oltre 80 giorni è andato in scena un balletto che sa di presa in giro tra le forze politiche che sono arrivate prime alle elezioni, il Movimento 5 stelle e la coalizione di centrodestra. Ad un certo punto i due principali partiti, M5S e Lega decidono di unirsi e provare a formare un governo, con il via libera di Berlusconi e Forza Italia assieme ai quali si erano spartiti nei mesi scorsi le presidenze di Camera e Senato e tutti i ruoli ad essi connessi, inclusi quelli che sarebbero riservati all’opposizione.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini decidono di stipulare un contratto con un linguaggio e una forma privatistica, come se si trattasse della compravendita di un bene. Si privatizza per contratto l’atto più pubblico che ci sia, ovvero quello di assumersi la responsabilità di guidare un Paese. Grave, ma si va avanti lo stesso.

A seguito del contratto (che rivedono più volte in alcune parti, tra cui quella che paventava l’uscita dall’Euro e quella che proponeva di chiedere alla Banca centrale europea di cancellare 250 miliardi di euro di debiti) decidono di proporre un professore, una figura tecnica come presidente del consiglio. Dopo anni di campagne mediatiche contro i “governi non eletti da nessuno” (nel nostro ordinamento non si vota per i Governi, ma per scegliere il parlamento, ma vabbè…) scelgono un uomo che non è stato mai candidato neppure al consiglio del proprio quartiere. In spregio alle prerogative del Capo dello Stato, lo annunciano e danno per scontato l’incarico a Giuseppe Conte ancora prima che Mattarella si esprima.

Il premier incaricato comincia a lavorare, supportato da una coalizione che nessuno degli elettori di Movimento 5 stelle e Lega, prima del voto, sapeva che sarebbe potuta nascere perchè entrambi i partiti hanno sempre reciprocamente escluso a priori la possibilità di collaborare. Si presenta con una lista di ministri al Capo dello Stato. Il quale, sulla base delle prerogative che gli vengono affidate dall’articolo 92 della Costituzione e dalla prassi di 70 anni di Repubblica, eccepisce su una sola figura: quella del ministro dell’Economia.

Ci sono molti precedenti nella storia repubblicana di dinieghi posti dal Quirinale a ministri individuati dai premier incaricati. I più noti sono il no di Giorgio Napolitano a Matteo Renzi che nel 2014 aveva proposto il magistrato Nicola Gratteri alla Giustizia; nel 2001 il ‘no’ di Ciampi a Silvio Berlusconi che proposte Roberto Maroni alla Giustizia; nel 1994 il ‘no’ di Oscar Luigi Scalfaro a Silvio Berlusconi sul nome di Cesare Previti alla Giustizia; nel 1979 il ‘no’ di Sandro Pertini a Francesco Cossiga che aveva proposto Clelio Darida alla Difesa. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, ma mi limito ai casi emersi dalle cronache giornalistiche.

Il presidente della Repubblica, quindi, ha detto ‘no’ solo ad un ministro e non alla nascita del governo M5S-Lega. Che pure non rispetta la volontà degli elettori (se si vuole rispondere a questo tipo di polemica) visto che nessuno dei due partiti in campagna elettorale aveva ipotizzato questo genere di alleanza. Addirittura la Lega avrebbe qualche decina di parlamentari in meno se non fosse per i voti che Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno portato nei collegi uninominali vinti dal centrodestra con candidati leghisti. Forza Italie e Fratelli d’Italia, però, si sono sfilate dall’appoggio al governo pentaleghista.

Le domande che sorgono spontanee sono: perché Lega e M5S scelgono di far saltare il governo a cui avevano lavorato per un solo nome dell’Esecutivo? Perchè la Lega rifiuta di accettare il nome di un politico come Giancarlo Giorgetti (fedelissimo di Salvini)? Perchè si è montato tutto il teatrino del contratto, dei nomi dei ministri, delle consultazioni per fare saltare l’intero impianto solo su un nome? Il sospetto, anzi forse qualcosa di più, che tutto fosse preventivato e preparato a tavolino è fortissimo.

Il presidente della Repubblica non ha fatto altro che esercitare la propria funzione, esattamente come i suoi predecessori. L’unica cosa eversiva in questa vicenda è il tentativo di piegare il garante della nostra Costituzione alla volontà di due partiti, di metterlo sotto ricatto, di imporgli decisione che non possono essergli imposte.

Chi ha a cuore le istituzioni democratiche e il futuro dell’Italia unisca le forza e resti compatto: sarà una battaglia durissima, ma da condurre con determinazione fino alla fine.

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