Marco, cosa succede a Roma?“. E’ la domanda che con maggior frequenza mi sento rivolgere in queste settimane dalle tante persone che incontro, che sento, che mi scrivono. Impossibile dare una risposta definitiva e completa vista la situazione di stallo e incertezza che regna sovrana tra le istituzioni romane.

Cominceranno nelle prossime ore nuove consultazioni davanti al Presidente della Repubblica, che potrebbero concludersi con un nulla di fatto (e quindi altro spazio per i contatti tra i partiti e successivamente di nuovo consultazioni al Quirinale) o con un incarico “esplorativo” ad una personalità che provi, con la propria autorevolezza, a costruire le condizioni per formare un governo.

Circa il posizionamento del PD e del sottoscritto, invece, ho colto l’occasione della riunione congiunta dei gruppi parlamentari di Camera e Senato per esprimere le mie considerazioni, alla luce del fatto che non faccio parte di alcun organo decisionale del partito a livello nazionale.

Alla riunione sono intervenuto anche con la forza delle considerazioni, opinioni, osservazioni, critiche e interventi emerse durante i molti incontri fatti sul territorio dopo le elezioni del quattro marzo. Ecco in sintesi quanto ho detto.

Contrarietà ad appoggiare un governo politico che veda insieme Partito Democratico, Movimento 5 stelle e Lega e mia personale indisponibilità, anche qualora maturasse questa decisione, ad accordare il mio voto di fiducia ad un esecutivo siffatto.

Sono molto favorevole e lo riterrei opportuno, invece, ad aprire un confronto serrato con chi sarà incaricato presidente del consiglio da parte del Capo dello Stato. Un confronto che, pur ribadendo la ferrea collocazione all’opposizione, un atteggiamento costruttivo e collaborativo su alcune priorità da noi ritenute particolarmente rilevanti, ad esempio in ambito sociale (estensione del reddito di inclusione, della platea di beneficiari degli 80 euro, introduzione del salario minimo legale) o di riforma dello Stato (eliminazione del bicameralismo, riduzione del numero dei parlamentari, abolizione del Cnel, revisione del Titolo V sulla suddivisione di competenze tra Stato e Regioni).

Sul piano interno, ho posto l’accento sulla necessità che l’Assemblea nazionale del 21 aprile non sia la chiusura di un ciclo, ma l’apertura di una fase congressuale da concludersi in autunno che sappia coinvolgere migliaia di persone non tanto per scegliere con chi stare, ma per cosa (di questo, come di molto altro, ovviamente riparleremo).

Infine una nota metodologica: stop a continui distinguo pubblici da parte di ‘leaders’ o pseudo tali, desiderosi di distinguersi rispetto alla linea decisa dal partito. Perchè non c’è nulla di più dannoso e delegittimante che questo stillicidio quotidiano di precisazioni, prese di distanza, puntualizzazioni. Un appello che cadrà nel vuoto tra i vertici, ma che nella base è molto sentito.

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