Il 27 febbraio del 2013 l’Italia firmava in sede di Consiglio europeo la “Convenzione di Faro” sul valore del patrimonio culturale per le nostre società (STCE n. 199). Il nostro Paese è stato il 21esimo fra i 47 membri del Consiglio d’Europa a sottoscriverla; di questi, 14 hanno anche superato l’ultimo step, ossia quello della sottoscrizione definitiva da parte delle aule parlamentari.

Questa convenzione, che porta il nome della città portoghese dove si tennero i lavori per la sua stesura nel 2005, oltre a riconoscere il diritto al patrimonio culturale come facoltà di partecipare alla vita culturale di una comunità (così come riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo), pone l’accento anche su ulteriori elementi centrali per il nostro sistema culturale. Dalla necessità di favorire l’incontro tra culture diverse, nella logica di una cultura sempre più inclusiva ma che mantenga al contempo un legame con il territorio di appartenenza; fino alla necessità di favorire la sinergia tra i diversi attori del settore (le pubbliche istituzioni, le associazioni e i cittadini privati).
Un approccio che rende protagonisti per primi i cittadini, incentivando la partecipazione ‘al processo di identificazione, studio, interpretazione, protezione, conservazione e presentazione del patrimonio culturale’ nonché ‘alla riflessione e al dibattito pubblico sulle opportunità e sulle sfide che il patrimonio culturale rappresenta’.

Adesso che il Parlamento si è insediato definitivamente, ho chiesto assieme ad altri colleghi di impegnarsi affinché la ratifica della Convenzione di Faro possa avvenire nel più breve tempo possibile, presentando anche un apposito disegno di legge di ratifica. Nella passata legislatura, nell’infinito ping-pong tra Camera e Senato, la legge di ratifica ed esecuzione della convenzione si è arenato a Palazzo Madama.
Sarebbe un buon segnale se l’attuale ministro e il Parlamento decidessero di calendarizzare il provvedimento permettendo all’Italia di ratificare una Convenzione che non potrà che portare benefici alla valorizzazione dello sconfinato patrimonio culturale dell’Italia e in particolare qui, in Romagna, dove il protagonismo dei cittadini in ambito culturale è più vivo che altrove.