Quello che sta avvenendo in Spagna è uno degli scontri istituzionali (e non solo) più violenti degli ultimi anni. Da un parte gli indipendentisti catalani, dall’altra il governo centrale di Madrid. Lo scorso fine settimana una vera e propria guerriglia urbana ha accompagnato le votazioni del referendum popolare per ottenere l’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo. Le violenze che abbiamo visto non sono tollerabili in uno Stato democratico e civile dell’Europa; non si può però tacere la totale infondatezza giuridica di un referendum il cui unico scopo era minare l’unità della nazione, andando contro le norme di quella stessa Costituzione che concede ampi margini di autonomia alle 17 Comunità Autonome del territorio spagnolo.

Un referendum illegale, dunque, il cui esito (in qualsiasi caso) non avrebbe alcun valore effettivo. Esattamente come i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto o come quello che (casualmente sempre la Lega Nord) vorrebbe proporre in Emilia-Romagna per l’autonomia. Quei referendum non avranno e non avrebbero alcun effetto sull’indipendenza dei territori interessati; costeranno alcune decine di milioni di euro per dire una cosa che la nostra Regione sta già facendo a costo zero. Contrattare con il governo centrale maggiore autonomia su alcuni punti qualificanti che consentirebbero di trattenere più risorse per investimenti, per sostenere le fasce sociali più deboli, per creare lavoro.

Da un lato chi soffia sul fuoco, dall’altro chi sta alla concretezza e ai fatti; da una parte chi spende decine di milioni per una consultazione senza effetti, dall’altra chi, conoscendo e seguendo la Costituzione (articolo 116), semplicemente inviando una lettera Governo e ricevendo un mandato dal consiglio regionale (eletto dai cittadini) attiva la procedura per ottenere concretamente più strumenti a favore di cittadini e imprese. Su questa vicenda si misura, ancora una volta, la differenza tra chi urla e chi ci prova.

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