L’ondata di indignazione, sgomento e paura divampata dopo gli attentati di Parigi ha prodotto fiumi di parole sulle ragioni di questi attacchi, sulla lotta al terrorismo, sulle politiche migratorie. Non ho certezze da dispensare, a differenza di tanti commentatori, politici e non, che vedo lanciarsi su social network, sui siti e nei mass media a diffondere verità che si presumono assolute.

Se c’è una cosa da fare, la prima in assoluto, è prendere consapevolezza che il quadro che abbiamo di fronte è così complicato che sono da respingere tutte le facili soluzioni che ci vengono prospettate dai demagoghi da salotto televisivo. Dobbiamo diffidare da tutti quelli che in un momento così aspro, anzichè stringersi attorno al bene assoluto della sicurezza nazionale, preferiscono polemiche sterili e vergognose, talvolta di stampo razzista e senza alcuna applicabilità concreta. Qualsiasi forza politica, economica, sociale in un momento come questo dovrebbe solo mettere da parte i calcoli di convenienza e collaborare per affrontare la situazione. Non ci sorprende più che in Italia questo non avvenga, ma non ci dobbiamo abituare a una anomalia che diventa dannosa per i nostri interessi nazionali.

Certo, non possiamo far finta di nulla. Non possiamo farlo ora come, probabilmente, l’Europa non avrebbe dovuto farlo dopo gli attentati di Londra nel 2004 e quelli di Madrid nel 2005, per non parlare di quelli di 10 mesi fa a Parigi, quando dopo il massacro alla redazione di “Charlie Hebdo” e la manifestazione per le vie della capitale francese alla presenza dei grandi del mondo non si è riusciti a dare seguito a quella ondata emotiva. La reazione deve essere dura e repentina, ma soprattutto questa volta deve essere unitaria. La sensazione è che i morti di Parigi rappresentino un ultimo, accorato appello ai leader europei e mondiali: unitevi, smettetela di alimentarvi dei reciproci egoismi.
I fatti di Parigi sono il prezzo che la Francia si trova a pagare a fronte di una esposizione quasi solitaria (anche se forse necessaria) a cui si è sottoposta con i suoi interventi militari in Libia, in Mali, in Siria. Ciò rende ancor più evidente che la lotta al terrorismo non può essere affare che l’Europa delega ai suoi stati militarmente più forti continuando a rimandare obiettivi di portata strategica come quelli della costituzione di un’unica diplomazia europea o di un esercito europeo (per non parlare delle questioni fiscali ed economiche).
Sono due i piani su cui si deve agire a mio personalissimo parere. Il primo è quello geopolitico, il secondo è quello dell’opinione pubblica.
Sul piano geopolitico, è evidente che la coalizione atlantica deve decidere come affrontare di petto l’avanzata dell’Isis e la sua escalation di terrore. Parigi è l’ennesimo fatto di sangue prodotto dagli estremisti/fanatici ispirati dal sedicente “stato islamico” che si è andato a formare in Medio Oriente. Serve una risposta, a patto che non sia parziale. L’Europa, gli Stati Uniti, la Russia e devono prendere coscienza che serve un intervento comune, mettendo da parte divisioni di sorta. E ritengo che in un tavolo di questo tipo occorrerebbe coinvolgere anche Xi Jinping, il presidente di una Cina che ha mostrato in più occasioni ambizioni non solo di leadership economica, ma anche geo-strategica. Se questo è vero per un colosso come la Cina, figuriamoci quanto lo sia per ciascuno dei 28 stati membri della UE. Non c’è più nessuno nel Vecchio Continente che possa concedersi il lusso di intraprendere una qualsiasi mossa senza farlo nell’ambito di uno schema comune e condiviso.
Sul secondo piano, invece, ciascuno di noi deve sentirsi parte in causa nella lotto contro il Terrore. I terroristi con la loro efferatezza, vogliono privarci della nostra libertà. Non è un caso che colpiscano gli aerei (quello caduto nel Sinai è stato opera dell’Isis), i bar, i ristoranti, gli stadi di calcio, le sale da concerto. Vogliono stravolgere le nostre abitudini, la nostra civiltà, modificare i nostri comportamenti, piegarli alla loro volontà. La prima risposta che dobbiamo dare è quella di non chinare il capo.
Abbiamo paura? Sì, abbiamo paura ed è normale; ma non dobbiamo farci paralizzare da essa. Ci sentiamo meno sicuri; ma non lo saremmo di più abbandonando le nostre abitudini, il piacere di stare insieme, di coltivare le nostre passioni, le nostre tradizioni, la nostra cultura, i nostri valori. In fondo è grazie a questi valori che qualche anno fa siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo rosso e nero degli anni di piombo e prima ancora, oltre 70 anni fa, il più grande abominio che l’umanità abbia conosciuto: il nazifascismo. Ricordare da dove veniamo, cosa abbiamo alle spalle, ci deve aiutare a trovare la forza e il coraggio di affrontare a schiena dritta il presente e il futuro. Non diamogliela vinta.
Marco