In questi giorni si parla molto del dato negativo sul pil registrato nel secondo trimestre di quest’anno. Nella stessa giornata, però, sono stati diffusi anche altri dati che pur non inducendo a festeggiare alcunchè, danno un quadro meno fosco di come i mass media tendono a dipingere. Sono i segnali che provengono dall’incremento della produzione industriale, che sono confortanti per un’economia come la nostra in cui il settore manifatturiero ha ancora un peso importante.

La produzione industriale è aumentata a giugno (+0,9%) rispetto a maggio. I beni di consumo hanno segnato un +2,5%, migliore risultato da maggio 2013 (+2,6%), mentre beni strumentali, legati alla spesa per investimenti, sono in aumento del +2,6%, beni intermedi -0,2%, energia +0,3%. Per gli autoveicoli la produzione nel primo semestre e’ salita del 4,3% rispetto al corrispondente semestre dello scorso anno. E’ vero che c’è la contrazione del Pil, ma è vero che ci sono anche questi numeri di cui poco si parla.

Qualche timido segnale arriva dai dati dell’occupazione. Nello scorso mese il numero degli occupati è di 22 milioni 398 mila, in crescita dello 0,2% rispetto al mese precedente (+50 mila), e sostanzialmente invariati su base annua. Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cresce di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 punti rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 153 mila, diminuisce del 2,4% rispetto al mese precedente (-78 mila), mentre aumenta dello 0,8% su base annua (+26 mila).

Il quadro nel quale stiamo vivendo spinge a pensare  che continuiamo  a subire i contraccolpi di un lunga crisi che, pur essendo in fase conclusiva, fa ancora sentire i suoi effetti. Tuttavia  ci sono alcuni segnali che spingono all’ottimismo, come quelli che ho citato. Segnali che indicano come  la nostra economia, sia pure con difficoltà,  si stia rimettendo in moto e che colpiscono se paragonati al crollo degli ordinativi registrato in maggio dalla Germania (-3,2%).

Siamo ad un bivio: è chiaro che la strada imboccata delle  riforme, urgenti e da attuare velocemente, sia l’unica possibile per far ripartire il Paese e che solo se anche in Europa matura la convinzione che sia necessario uscire dalla gabbia dell’austerità fine a se stessa è possibile battere la crisi. L’impazienza che tanti di noi vivono è frutto di un’attesa che perdura da almeno vent’anni, nei quali a parte rari casi non si è fatto nulla o si è fatto in maniera sbagliata. Ora si chiede a questo Governo (giustamente) di recuperare il tempo perduto; ce la stiamo mettendo tutta. Ci manca la bacchetta magica, ma non la volontà di provarci fino in fondo.