375 voti a favore a scrutinio segreto: è la legge elettorale approvata con il maggior consenso nella storia repubblicana. È una legge condivisa – non piace a tutti, operazione impossibile – che ha tenuto conto di esigenze e richieste diverse, a volta anche divergenti, risultando una buona mediazione tra forze politiche spesso molto distanti.

Insomma un provvedimento che accoglie sollecitazioni diverse, anche molto autorevoli come quelle del Presidente della Repubblica, per dare al paese una legge elettorale omogenea, superando le divergenze tra Camera e Senato che avremmo avuto con il sistema uscito dalle sentenze della Consulta.

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La nuova legge elettorale consente ai cittadini di scegliere i propri parlamentari votando sulla scheda il nome del candidato al collegio uninominale e la lista collegata di candidati nel collegio plurinominale che lo sostiene. 232 deputati alla Camera e 116 senatori sono, infatti, eletti in collegi uninominali con formula maggioritaria, in cui vince il candidato più votato, mentre l’assegnazione dei restanti seggi avviene con metodo proporzionale, nell’ambito di collegi plurinominali. L’elettore esprime un unico voto che vale per il candidato nel collegio uninominale e per una lista proporzionale bloccata corta (da 2 al massimo 4 nomi sulla scheda e, quindi, conoscibili) in una circoscrizione plurinominale. È il sistema adottato anche dalle grandi democrazie europee per le elezioni nazionali. In Francia, Germania, Spagna, Portogallo e nel Regno Unito.

Con questa legge sarà possibile votare per una coalizione o per la singola lista che decide di presentarsi da sola: ogni cittadino, quindi, con il suo voto potrà indicare da chi vuole essere governato. Le soglie di sbarramento nazionali sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste. Stop, inoltre, al proliferare della cosiddette Liste civetta” considerato che i voti apportati da liste sotto la soglia dell’1% non contano.

In fine, ma non per ultimo, per favorire la parità di genere nei collegi plurinominali è prevista l’alternanza donna-uomo e un tetto del 60% per candidati del medesimo genere; stesso principio per i collegi uninominali.