Dunque la Brexit si farà. Ormai non è più questione di sapere se, ma quando. Probabilmente entro il 31 gennaio, improbabili ulteriori rinvii. Di certo la straripante vittoria di Boris Johnson alle elezioni politiche del Regno Unito ci può fornire molti insegnamenti da segnare negli appunti.
Il primo: non si battono il populismo e il nazionalismo proponendo una diversa versione di nazionalismo e populismo. I laburisti e il loro leader Jeremy Corbyn (che personalmente non ho mai apprezzato, ma questo non conta) hanno tenuto una posizione ambigua sull’uscita dall’Unione europea e poco chiara sui temi di politica interna. La proposta di un secondo referendum su Brexit era debole e soprattutto le stravaganze di Corbyn non hanno dato un volto più affidabile di quello di Johnson. Tra la copia e l’originale, i britannici hanno scelto l’originale.

Secondo insegnamento: è sbagliato sottovalutare un avversario perché appare troppo rozzo, volgare o con un profilo non adatto all’istituzione che rappresenta. Intendiamoci, non bisogna essere così per essere vincenti; però chi ha studiato un minimo la vicenda britannica sa che BoJo non è un improvvisato, non è un uomo banale. Da sindaco di Londra ha compiuto grandi cose, non è mai stato un estremista, ha sempre saputo modulare linguaggi e toni sulla base delle condizioni.

Terzo: contro una narrazione che si ritiene sbagliata, non ci si può limitare a contrastarla. Serve un progetto alternativo. I conservatori hanno condotto una campagna ferocemente determinata a portare avanti il disegno di una Gran Bretagna che rispettava il voto popolare del referendum su Brexit, che mirava a dare stabilità al Paese dando seguito a quella scelta, liberando il campo dalle troppe incertezze degli ultimi tre anni e mezzo (il referendum sull’uscita dall’UE è del 23 giugno 2016). Gli avversari di Johnson non hanno saputo proporre un modello diverso, un linguaggio e una narrazione che risultassero davvero alternative e credibili.