Mancava ancora in questa estate 2017 un ritornello che più o meno tutti gli anni si fa vivo: “Vogliamo la Regione Romagna”, ossia dividere l’Emilia-Romagna per creare una nuova Regione. Una proposta fuori dal tempo in un’epoca in cui si chiede alle istituzioni di costare di meno (quanto costerebbe solo in termini di funzionamento un nuovo ente regionale!?), di essere più efficienti, di unire anziché dividere.

La mia opinione è che le Regioni italiane andrebbero ridotte di numero e non aumentate (ridiscutendo anche lo “statuto speciale” di alcune di esse); penso, poi, che nel caso dell’Emilia-Romagna tutto giochi a favore di una sempre maggiore integrazione anzichè di una separazione che non gioverebbe a nessuno. A cominciare dagli oltre 1 milione di romagnoli che ci vivono, per non parlare poi delle 100mila partite iva che qui hanno sede, delle migliaia di associazioni, dei 50 milioni di turisti che ogni anno scelgono la nostra terra.

La sfida per la Romagna non è quella di creare una nuova Regione, ma semmai di dare corpo finalmente alla Provincia unica, chiudendo le tre attuali per farne una sola. Un’operazione non solo e non tanto di risparmio economico e di efficienza (certamente anche questo); quanto piuttosto un modo per rispondere alle esigenze dei tempi moderni. Che chiedono di pensare in grande, senza gli odiosi campanili tra singoli Comuni (o tra singoli politici), che spesso sono un freno alla realizzazione di grandi progetti.

Quello che si deve fare è lavorare insieme, dentro l’Emilia-Romagna – a proposito: per chi se lo fosse dimenticato, la nostra è una tra le Regioni più avanzate e sviluppate d’Europa – per dare concretezza a progetti che riguardano la vita delle persone.

Alcuni esempi? Una risposta comune ai cambiamenti climatici (la crisi idrica che ha solo lambito il nostro territorio quest’estate, è un campanello d’allarme); una sanità più attenta agli investimenti, ai professionisti, agli operatori, allo sviluppo degli ospedali e delle loro vocazioni senza inseguire un equilibrio teso ad accontentare tutti a scapito (a volte) della qualità. Poi una politica turistica che faccia leva sulla Riviera, ma sappia valorizzare di più il nostro entroterra e le sue ricchezze, con progetti che coinvolgano i tanti borghi della nostra Romagna. Ancora: azioni comuni per rilanciare il nostro Appennino e mantenere vitali le comunità di persone senza le quali i paesi non sarebbero di nessuna attrazione; pensare a un sistema di mobilità delle persone che unisca tutta la Romagna (provate ad andare in treno da Forlì a Ravenna e viceversa: farete prima ad arrivare a Milano) e si ponga il problema di collegare meglio le nostre vallate.

Insomma, creare una nuova Regione non serve ad affrontare a nessuno di questi temi (né i tanti altri che potremmo aggiungere); serve, questo sì, che si acceleri sulla realizzazione di un piano comune di azioni e investimenti su base romagnola, capace anche di attingere ai fondi europei che premiano progettualità di questo tipo. Lavoriamo su questo con chi ci sta, al di là delle appartenenze; le polemiche e le sparate estive lasciamole ai professionisti del genere.

P.S. Ah, quasi dimenticavo: quel “gran pezzo dell’Emilia”, come la definiva Edmondo Berselli, avrebbe tutto da perdere senza la Romagna. ????

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