L’attacco al mercatino di Strasburgo della settimana scorsa ha riaperto la ferita del terrorismo in Europa, con un tributo di sangue che ha colpito anche l’Italia con la morte del connazionale Antonio Megalizzi. Un vero cittadino europeo, innamorato dell’idea di una casa comune di tutti gli stati membri, coinvolto in progetti per un’integrazione sempre maggiore a partire dall’informazione, dalla musica, dall’ascolto (bellissimo il progetto di una radio europea per unire i diversi popoli che compongono il nostro continente). Quell’attacco e quei morti ci hanno ricordato anche che il modo migliore per rispondere a chi ci vuole colpire è non stravolgere le nostre abitudini, non alzare muri, ma avere il coraggio di guardare negli occhi la realtà e costruire un progetto collettivo di gestione dell’immigrazione che faccia perno su due pilastri: i diritti e i doveri.

I diritti a cercare di migliorare la propria condizione (sanciti anche nella dichiarazione universale dei diritti umani di cui si è celebrato lunedì scorso il settantesimo, che qui puoi rileggere) e i doveri legati all’accoglienza, al rispetto delle regole, delle culture e delle abitudini di chi ti accoglie. Da questo equilibrio passa la qualità dell’integrazione. Paesi che fanno buona integrazione, sono Paesi più sicuri; Paesi che si chiudono in loro stessi nell’illusione di poter essere impermeabili agli stravolgimenti socio-demografici a cui siamo tutti esposti, non produrranno maggiore sicurezza.

L’attentatore di Strasburgo (ucciso dalle forze di polizia) si chiamava Cherif Chekatt: un cittadino francese, nato e cresciuto in Francia, anzi, proprio a Strasburgo. Uno dei tanti esempi di cattiva integrazione, di scarso impegno nell’inclusione sociale, uno dei tanti soggetti tenuti ai margini della società; là dove proliferano la criminalità e il reclutamento di persone da “radicalizzare” e utilizzare a piacimento dei signori del Terrore per colpirci là dove ci fa più male, in casa nostra. Se avessimo avuto muri alle frontiere, Chekatt avrebbe ugualmente colpito perché figlio di una Francia che anziché integrarlo lo ha ghettizzato. O si comprende che la buona integrazione è l’unico ingrediente per gestire correttamente i flussi migratori o vivremo in un continente sempre meno sicuro.

L’Italia sta prendendo una direzione sbagliata: il decreto sicurezza spazza via ogni forma di corretta integrazione (a partire da quella del circuito Sprar), cancella i permessi per ragioni umanitarie mettendo in strada decine di migliaia di persone che improvvisamente diventano irregolari e non verranno rimpatriate. Ma che serviranno ai gialloverdi per continuare a soffiare sulla paura, sull’insicurezza, sull’individuazione di un nemico della società. Una deriva pericolosa, da contrastare con tutte le forze. Anche in periodi come questi, in cui si pedala in salita col vento contro. 

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