Abbiamo eletto il presidente della Camera. Ed è stato un piacere farlo. Ieri ero preoccupato che non si riuscisse a trovare una figura capace di interpretare il bisogno di cambiamento e di ricollegare le istituzioni con la società reale; avevo sentito ipotesi che non mi piacevano, avevo cercato di dire la mia, nelle forme e nei modi in cui mi è stato possibile farlo.

Fino a notte tarda sono rimasto in contatto con alcuni colleghi deputati che condividevano questa preoccupazione; evidentemente eravamo in tanti e lo stesso Bersani ha capito che era necessario dare il segno del cambiamento. E così è nato il nome di Laura Boldrini come candidata alla presidenza della Camera.

Sabato mattina alle 8.30 ci siamo riuniti nella sala di via Campo Marzio, 78, a due passi da Montecitorio. Bersani ci ha spiegato che ne Scelta Civica di Monti, ne ovviamente le altre forze politiche, avevamo mostrato interesse per trovare un accordo condiviso sul nome dei presidente delle due Camere. E allora alla Camera la candidatura di Laura, al Senato quella dell’ex procuratore anti-mafia, Piero Grasso. Due figure splendide, emblema di quel cambiamento che è fatto non solo di carta di identità, ma anche di profili personali e competenze.

Una scelta che ha sconvolto le carte in tavola, ha cambiato l’impostazione, ha ridato entusiasmo al nostro gruppo parlamentare e messo in difficoltà chi si professa paladino del cambiamento, ma di fronte ad una soluzione in linea e coerente con questo obiettivo, ha preferito continuare per la propria strada. Per differenziarsi, per avere visibilità, per distinguersi. Insomma, come si faceva nella Prima Repubblica.

Su Facebook e nei contatti con le persone che mi hanno chiesto, ho detto di essere orgoglioso per aver contribuito all’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera. Lo sono perché appartengo a coloro che sono entrati in questo parlamento per passione, per spirito di servizio, per dedicarsi al Paese e al proprio territorio. Sono tra coloro che considerano il sedere in parlamento un onore e un privilegio non per il trattamento economico, bensì per l’onere di rappresentare la Repubblica e i suoi cittadini in quella culla della democrazia che sono la Camera e il Senato.