Onorevole presidente, onorevole ministro, sottosegretari, colleghi;

la legge elettorale è argomento da sempre capace di accendere gli animi più di altri nel dibattito parlamentare. Sicuramente meno tra l’opinione pubblica, ma ciò non ne riduce l’importanza poiche si tratta dello struemtno attraverso cui va assicurata la solidità della democrazia, il funzionamento delle sue istituzioni, il riconoscimento della volontà popolare. Tre sono gli obiettivi che una buona legge elettorale deve raggungere per essere definita tale: chiarezza del risultato, governabilità, rappresentanza. Obiettivi che questa legge elettorale, ribattezzata “Italicum”, perseguie ampiamente.

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I critici di questa legge sostengono che essa certifichi il sostanziale esautoramento del parlamento a favore del Governo. Occorre far presente che il testo che l’aula della Camera esmaina oggi è alla terza lettura parlamentare e che la formulazione approvata a Montecitorio in prima lettura nel marzo 2015 è stata poi profondamente modificata e migliorata dal Senato in Commissione e in Aula, a seguito di un intenso lavoro parlamentare svolto nell’altro ramo del parlamento. Un lavoro a cui ha contribuito un’ampia maggioranza parlamentare, ben superiore a quella che sostiene il Governo (che pure sarebbe stata sufficiente). A questo proposito giova ricordare che quello che esaminiamo oggi è lo stesso identico testo votato il 27 gennaio scorso dall’aula del Senato a conclusione della seconda lettura parlamentare. Esattamente tre mesi fa quindi. E’ del tutto evidente quanto sia erroneo dire – come si sente in questi giorni – che questa legge è scritta e votata dalla sola maggioranza di Governo.

Perchè è chiaro che la contraddizione non è in chi coerentemente qui a Montecitorio sostiene l’intesa raggiunta al Senato (dove numericamente le forze in campo sono differenti); le contraddizioni sono piuttosto in chi, dopo aver sostenuto e votato questo stesso testo a Palazzo Madama, qui alla Camera cambia indea come ritorsione per aver letto un presidente della Repubblica diverso da quello che desiderava. Se anche la maggioranza cambiasse rotta in maniera così repentina, sarebbe come dar ragione a chi non ha condiviso quell’intesa sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che invece resterà uno dei maggiori successi di questa legislatura.

Si doveva cedere a quel voto di scambio tra riforme e Quirinale? Dovremmo riportare anche questo tentativo di dotare l’Italia finalmente di una legge elettorale degna di questo nome e di istituzioni moderne, nella palude dei patti non rispettati? Dovremmo riproporre quel film che si conclude sempre con un nulla di fatto e che abbiamo visto troppe volte in passato (quasi sempre con protagonista la stessa forza politica che oggi vorrebbe far fallire anche queste riforme)?

Non credo sarebbe stato utile. Dopo oltre trent’anni di discussioni e commissioni bicamerali, comitati di saggi e un ampio dibattito dentro e fuori del parlamento, i tempi sono maturi per decidere e innovare il nostro sistema politico e istituzionale. La nuova legge elettorale va in questa direzione.

Le innovzioni di maggior portata sono il premio alla lista e il ballottaggio tra le prime due liste nel caso in cui nessuna raggiunta il 40% dei consensi. Si tratta di una combinazione che assicura chiarezza del risultato e una maggioranza sicura (comunque non superiore al 55% dei seggi) per permettere al Governo di governare e alla maggioranza parlamentare di esercitare la propria funzione.

Si contesta che un meccanismo simile condanni i partiti minori a rimanere tali e a far crescere molti cespugli attorno ad uno/due due grandi alberi. Argomentazione assai debole. La soglia di sbarramento (abbassata dal Senato al 3%) e il premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, assicurano la rappresntanza anche alle liste minori che scelgono di non aggregarsi; ma senza regalare loro quel potere di veto che in passato ha paralizzato per anni il sitsema politico italiano.

Una paralisi certificata dai 63 governi che si sono succeduti in 69 anni di vita della Repubblica e dalla perenne instabilità politica degli ultimi anni favorita proprio dalla presenza di coalizioni eterogenee, che pur di riuscire a vincere contenevano al proprio interno tutto il suo esatto contrario, salvo poi non riuscire a Governare. Voler tendere ad un sistema forse non strettamente bipolare, ma certamente maggioritario in cui è garantita la possibliità di una sana alternanza, è cosa utile e giusta.

L’introduzione dei collegi è un altro buon risultato di questa legge. Se ne contesta la prevoisione di capilista miscelata con l’elezione di altri deputati attraverso le preferenze. I capilista altro non sono che l’esatta corrispondenza dei candidati che un tempo venivano scelti nei collegi uninominali del cosiddetto “Mattarellum”. Per comprenderlo basta guardare il fac-simile della futura scheda elettorale, che prevede il nome del candidato di collegio stampato sulla scheda a sinistra del simbolo costruendo un forte legame tra collegio, candidato e lista di appartenenza.

Nessuno ai tempi del ‘Mattarellum’ e oggi rievocando quel sistema, ha mai definito gli eletti con quella legge dei ‘nominati’. Eppure il meccanismo in entrata era lo stesso. Nessuno ha mai definito ‘nominati’ i parlamentari eletti alla Camera dei Comuni nel Regno Unito (dove ci sono i collegi uninominali) o con meccanismi di voto che fanno ampio uso (esclusivo o parziale) di liste bloccate; è il caso, solo per citare due esempi, di Germania e Spagna, i cui deputati non vengono mai definiti ‘nominati’, ma eletti. Nel caso dell’Italicum, ossia di questa legge elettorale, oltre all’elezione dei capilista, molti altri parlamentari saranno scelti attraverso le preferenze dentro al proprio collegio.

A ciò aggiungiamo la garanzia di equilibrio di rappresentanza tra uomini e donne garantito dall’alternanza in lista tra i due generi, dalla doppia preferenza, dal limite massimo del 60% di capilista dello stesso sesso per ciascuna lista.

Si poteva fare meglio? Probabilmente sì. Tuttavia come ben sa chi da più anni ha l’onore di sedere in questi banchi e forse ha anche avuto qualche occasione per provare a fare meglio, ogni legge è figlia della realtà in cui viene concepita. E’ così dai tempi dell’Assemblea costituente (il cui risultato fu frutto di estenuanti mediazioni dentro e fra i partiti) ed è così da quanto esiste la democrazia.

Siamo convinti che dopo i tentativi falliti in passato e soprattutto nelle condizioni e con i numeri di questo parlamento, questa sia la proposta di legge elettorale migliore possibile  e capace di garantire al cittadino, come amava sostenere il senatore Roberto Ruffilli che ha dedicato la vita alla riforma dello Stato, il ruolo di arbitro.