Si leggono qua e là in Rete, tra i ‘lanci’ delle agenzie di stampa, nelle cronache politiche dei quotidiani, prese di posizione un po’ scomposte sull’esito dell’Assemblea nazionale del PD di ieri. Esultare per una relazione votata sì all’unanimità, ma da nemmeno 300 componenti di un’assemblea che complessivamente ne conta circa 1200, appare un po’ fuori luogo.

A maggior ragione mentre nelle stesse ore i nostri veri avversari (anche se ogni volta che partecipo a queste riunioni ho la sensazione che per molti ‘dirigenti nazionali’ l’avversario sia dentro al PD e degli altri importi poco) stanno parlando al Paese di proposte, contenuti, futuro dell’Italia. Lo stanno facendo con parole d’ordine e iniziative che non condividiamo, ma lo stanno facendo.

Noi, la principale forza di opposizione al governo sovranista che si accingere a mettere le mani sul governo dal Paese, ci attorcigliamo invece in bagarre, insulti, attacchi, fischi e linguaggi incomprensibili anche agli addetti ai lavori: figuriamoci alle persone comuni. Può essere una vittoria questa? Si può esultare per una comunità guidata da un segretario reggente che per la terza volta in due mesi ha sentito la necessità di chiedere agli organismi del partito che gli venisse rinnovata la fiducia? Personalmente credo di no.

Come tutti i militanti del Pd, all’ultimo congresso ho fatto le mie scelte. Prima di tutto, però, mi sento democratico, legato a un partito a cui ho creduto ben prima di avere ruoli di responsabilità. Ho iniziato a far politica nel comitato di quartiere della mia frazione, poi in consiglio comunale, a livello territoriale e infine in parlamento. Ho sempre avuto ruoli legati al consenso elettorale, compresa l’ultima elezione in parlamento frutto di una faticosa vittoria sul collegio uninominale dove ero candidato senza usufruire di altre posizioni in liste plurinominali.

Dunque sono abituato, da sempre, a frequentare molto ‘la base’ non solo del partito, ma direi della società in cui vivo; ed è da lì che ricavo la certezza che un PD così, con questi toni, queste posizioni, questo dibattito interno, questa rappresentazione così litigiosa che offre di sè, è lontanissimo da ciò che si aspetterebbero in primis i nostri elettori, i nostri iscritti e i nostri sempre più dimenticati amministratori locali (soprattutto quelli dei comuni di dimensioni più piccole, che peraltro stanno diventando i principali critici nei confronti di questa situazione, poichè alle prese con problemi ed esigenza per le quali faticano a trovare sponde nel loro partito).

Sono tra quelli che avrebbero preferito che l’Assemblea nazionale aprisse subito la fase congressuale, facesse chiarezza sulle diverse posizioni, lanciare un percorso ricostituente che può transitare solo da un congresso basato su idee ancor prima che su persone. Si è deciso di rimandare, nel nome di un’unità (più di facciata che sostanziale, come si è visto): discutile, ma comprensibile. Inconcepibile, invece, in un clima unitario chiedere il voto finale ad una relazione che di unitario ha avuto ben poco. Non è un caso che i due terzi dei presenti anziché rimanere, dopo la relazione del segretario se ne siano andati.

Lo hanno fatto perchè chiedevano, e chiedono altro: vogliono partecipare al rilancio dell’azione politica del Pd, l’apertura di una nuova stagione. Delle mosse per tentare di ribaltare le maggioranze interne o altre baggianate di questo tipo, non frega a nessuno se non a un manipolo di addetti ai lavori.

Per più di una volta durante il suo intervento Maurizio Martina ha dovuto richiamare l’attenzione della sala per farsi ascoltare; e ciò non perchè i delegati volessero mancargli di rispetto, ma perché in quel luogo c’era gente che aveva preso treni, aerei e si era messa in viaggio da prima dell’alba per arrivare puntuale a Roma, con un altro scopo che assistere all’ennesimo malcelato regolamento di conti edulcorato da parole che i fatti hanno ormai svuotate di significato come unità, collegialità, pluralità. Bastava essere seduti nelle retrovie, in mezzo ai semplici delegati, per toccare con mano il malumore e la delusione trasversale a tutte le “componenti”.

Eppure c’è chi si dice soddisfatto: “abbiamo ribaltato i numeri”, “i rapporti di forza sono cambiati”, “ora gli altri contano di meno” sono alcuni dei commenti più decorosi che circolano, peraltro infondati. Cosa c’è da esultare di fronte a una situazione di questo tipo? Si può essere soddisfatti per un’assemblea finita tra pochi intimi, condita da fischi, contestazioni, accuse e insinuazioni mentre dall’altra parte del campo politico sta nascendo un governo a cui dovremo fare un’opposizione solida, autorevole e soprattutto credibile? No, per me no.

Il nostro obiettivo è costruire l’alternativa ai sovranisti, basandoci sui valori della nostra Costituzione repubblicana, sul riformismo, sull’ancoraggio all’Europa e al contrasto delle diseguaglianze: la strada imboccata, però, ci sta portando da tutt’altra parte. Cambiamo rotta il prima possibile o ci assumeremo una responsabilità storica imperdonabile.

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