Il faro della Rocca delle Caminate si può anche lasciare spento, esattamente com’è oggi; ma non possiamo permettere che si spenga pure il buon senso. Ho risposto nei giorni scorsi ad un’interrogazione di un mio collega, il deputato Giuseppe Berretta di Catania, che ha messo in guardia il ministro dell’Interno a proposito di una gravissima ipotesi di reato di apologia del fascismo che a suo dire si stava compiendo a centinaia di chilometri da casa sua, qui in Romagna e addirittura dentro le istituzioni. Più precisamente nel Consiglio della Provincia di Forli-Cesena, reo di essersi espresso favorevolmente sulla riaccensione del faro della Rocca delle Caminate.

Un deputato di Catania, mai stato da queste parti, mette sull’avviso il principale responsabile della nostra sicurezza nazionale sul fatto che nella terra che è medaglia d’oro al valore civile per il ruolo avuto durante la Liberazione (conferita il Quirinale nell’aprile 2009, io c’ero), si starebbe compiendo un atto che mira a rimettere in luce il fascismo. Chiunque voglia bene al proprio territorio, sentirebbe il dovere di rispondere ad una simile esagerazione. Se poi di questa interrogazione (per amor di verità, fino a questo momento MAI depositata in parlamento) che ha fruttato tanta visibilità a chi l’ha fatta – o meglio, annunciata – ne parlano giornali, telegiornali e siti web, star zitti diventa impossibile.

L’eco mediatico ha riacceso i motori della facile polemica e riattivato un “ufficio” che di tanto in tanto rientra in funzione: quello che rilascia o revoca patenti di anti-fascismo con tanto di esposizione al pubblico ludibrio per chi si ritiene, a insindacabile giudizio di “qualcuno” (per fortuna una piccola minoranza nella quale non rientrano le autorevoli associazioni che finora si sono espresse), non degno di questo ‘titolo’.

Tra quelli finiti nel mirino stavolta c’è anche il sottoscritto, colpevole di aver difeso il nostro territorio dall’infamia di essere presentato (attraverso una annunciata interrogazione parlamentare) come una terra in cui il fascismo non é ancora sconfitto per il solo fatto che il Consiglio provinciale si è espresso favorevolmente alla riaccensione di quel faro. E poi sì, ho detto di essere favorevole alla decisione presa dal Consiglio, poiché non la trovo offensiva nei confronti di nessuno, nemmeno di chi alla Rocca ha subito indicibili sofferenze come il partigiano Antonio Carini che ne è divenuto il triste simbolo. Non si devono buttare soldi pubblici per riaccendere questo faro, ma non ci trovo nulla di scandaloso nella volontà di provarci. Allo stesso modo se non venisse acceso, non riterrei il fatto una sconfitta per qualcuno e tantomeno una vittoria per altri.

Trovo questa polemica sbagliata. Era giusto lasciar passare l’accusa che il nostro è un territorio che si copre dell’onta di voler riabilitare il fascismo, come ha fatto intendere il collega Beretta con la sua dichiarazione? Era giusto non rispondere e tacere sul il valore delle iniziative che vengono fatte sul territorio per tenere viva la memoria e l’anti-fascismo? Era giusto stare zitti e lasciar infangare il buon nome di una terra così antifascista da essersi guadagnata la massima onorificenza possibile da parte della Presidenza della Repubblica? Per me no e per questo ho sentito il dovere di replicare.

Rispetto sinceramente le opinioni di chi è contrario e, lo ribadisco, personalmente non faccio della riaccensione del faro della Rocca la battaglia politica della vita o qualcosa a cui tengo particolarmente venga legato il mio nome. Ci terrei, però, che si evitassero le ipocrisie, le esagerazioni, le strumentalizzazioni e le banalizzazioni di chi la pensa diversamente.

Se ci sono motivi per non accendere quel faro, bene, totale rispetto e pronti a discuterne. Però tra quelle ragioni non può esserci quella dell’apologia del fascismo o della mancanza di rispetto per la Resistenza, accusa che trovo infamante per chi la riceve e che personalmente inserisco tra i peggiori insulti che si possano subire. Se fosse questo il metro di ragionamento, non dovremmo accendere i lampioni di piazza Saffi (tuttora decorati alla base con il fascio littorio di mussoliniana memoria) in cui vennero appesi i corpi senza vita dei nostri partigiani; non dovremmo accendere le luci nelle case del fascio trasformate dopo la liberazione in case del Popolo, in circoli ARCI e in altre tipologie di locali; non dovremmo utilizzare gli edifici dell’Eur a Roma; non dovremmo illuminare piazzale della vittoria a Forlì; dovremmo sospendere ogni manifestazione al foro italico; perché questi luoghi – e se ne potrebbero citare moltissimi altri – sono direttamente riconducibili al Fascismo e alla sua orribile ideologia. Non è questo, a mio modestissimo giudizio, il modo con cui discutere di questi argomenti.

Spero che questa polemica sul faro possa servire almeno per riprendere il ragionamento su cosa significa oggi, nel 2017, a oltre 70/80 anni dal ventennio più buio della nostra storia, lavorare per costruire una memoria e una consapevolezza collettiva su quel periodo. L’atteggiamento avuto fino ad oggi, è quello giusto? Cosa abbiamo trasmesso alle giovani generazioni su quel periodo? Quanto sanno di ciò che accadde realmente? Come fu possibile arrivare al punto che un intero popolo affidasse alle mani di un dittatore il proprio avvenire? In quali modalità le ideologie dei totalitarismi germogliarono nella società fino al punto di opprimere e soffocare tutto? Accapigliarci sulla riaccensione di un faro e lanciare accuse incrociate di essere più o meno antifascisti, aiuta a rendere un buon servizio alla memoria e alla comprensione della storia?

Invidio chi pensa di avere risposte definitive a questi e ai tanti interrogativi che ci pone il nostro passato; io ammetto di non averle tutte queste certezze e continuo a coltivare l’umiltà di ascoltare e la curiosità di provare a comprendere anche le ragioni degli altri.