Invidio tutti coloro che hanno certezze assolute sul caso Sea Watch 3 (come è stato definito giornalisticamente, quasi a profetizzare che ci saranno anche un quarto, un quinto, un sesto episodio e cosi via…). Le uniche due certezze che ho sono le seguenti: non c’è nessuna legge che impedisca di salvare vite umane, anzi, il diritto del mare lo impone; non c’è nessuna legge che consente a corpi dello Stato, come la Guardia di Finanza, di disobbedire agli ordini che vengono impartiti


Tutto quello che c’è in mezzo a questi due punti fermi, compresi l’idolatria del ministro Salvini da una parte e della capitana Carola Rackete dall’altra, non mi convincono e non mi interessano. 
Trovo disumano che si lascino 40 persone per una dozzina di giorni dentro ad una nave in mezzo al Mediterraneo, quando negli stessi giorni attraverso altri mezzi arrivano a Lampedusa e in Italia centinaia e centinaia di persone in maniera irregolare. 

E’ chiaro che tutto ciò, unito alla pazzesca proposta di alzare un muro al confine tra Friuli Venezia-Giulia e Slovenia, serva a distrarre l’opinione pubblica da altri temi e per accalappiare qualche consenso facendo leva sui sentimenti peggiori. 
Rientra nella strategia della tensione (comunicativa) tipica del ministro dell’Interno e alla quale bisognerebbe cercare di rispondere dettando l’agenda e non subendola ogni volta, col risultato di strumentalizzare sentimenti e valori che invece sono decisivi per la convivenza civile in un regime democratico. 


Si deve dire con chiarezza che difendere i confini nazionali è un dovere, senza il quale non esisterebbero gli Stati; ma che lo si debba fare mettendo a repentaglio vite umane per una guerra personale contro le Ong (Organizzazioni non governative) non è degno di uno dei 7 Paesi più importanti del mondo e socio fondatore dell’Unione europea. Un grande Paese che ha nel proprio Dna non il “buonismo”, ma l’umanità, l’accoglienza, l’integrazione. 


Lavoriamo piuttosto su un nuovo e più forte equilibrio tra diritti e doveri,l l’unica strada per una corretta integrazione, l’unica strada per una risposta al bisogno di protezione che ciascuno di noi avverte nella società, l’unica strada per costruire una alternativa credibile alle ricette dei nazionalpopulisti.

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