Un vero terremoto politico in Irlanda, che ormai considero la mia seconda patria. Per la prima volta lo Sinn Fein, il partito storicamente identificato come il braccio politico dell’Ira (l’organizzazione paramilitare protagonista del conflitto col governo britannico che tra il ‘68 e il ‘98 ha causato 3mila morti ed una continua tensione) si è piazzato al primo posto alle elezioni di questo fine settimana col 24,5%.

Una rivoluzione copernicana di proporzioni inimmaginabili per la piccola repubblica d’Irlanda. Dal 1933, anno dell’indipendenza di Dublino, le elezioni da quelle parti erano questione tra due soli partiti: il Fianna Fáil e Fine Gael (oggi secondo e terzo con con il 22,2% e il 20,9%), con sfumature differenti ma entrambi riconducibili all’area di centrodestra. Lo Sinn Fein è sempre stato visto con sospetto, per il peso del suo passato di cui lo storico leader Gerry Adams non ha mai rinnegato nulla.

Due anni fa la svolta: Adams ha ceduto il passo nel febbraio 2018 alla 50enne Mary Lou McDonald, che ha riposizionato il partito sui temi sociali e sulle contraddizioni di un’economia che – dopo il dramma del bailout e la sostanziale bancarotta – oggi cresce del 5,6% annuo. Dati esaltanti, che hanno spinto il giovane premier irlandese Leo Varadkar (41 anni, dal 2007 in parlamento, primo premier omosessuale della storia irlandese, leader indiscusso del Fine Gael, attivissimo, apprezzato e stimato a livello internazionale) a chiedere le elezioni anticipate per incassare il presunto dividendo di questo successo. Una mossa che rischia di costargli cara.

Dietro all’economia galoppante, però, sono sorti problemi dovuti all’impennata del costo della vita, degli affitti delle abitazioni, della previdenza sociale, per citare alcune tra le questioni principali. Temi che hanno fatto salire la voglia di “cambiamento”, ben incarnata dalla campagna dello Sinn Fein (evocativo lo slogan della campagna, “Time for a change”), condita poi dall’effetto Brexit: una miscela che ha portato lo Sinn Fein ad essere il primo partito della Repubblica d’Irlanda. Ripeto, un terremoto politico per l’isola.

Ora si apre una fase delicata: di fatto impossibile formare un governo escludendo una forza che ha ottenuto così tanti voti, ma non la maggioranza del Dàil Èirann (il parlamento irlandese) anche per via del complicato sistema elettorale basato sul metodo del “voto singolo trasferibile”. Dovrà cercare un compromesso con uno degli altri due partiti storici oppure riportare il paese al voto nei prossimi mesi.

All’orizzonte, poi, lo “spettro” di un referendum per l’unificazione di tutta l’isola in un unico stato: che significherebbe disgregazione del Regno Unito con le conseguenze difficili da prevedere nel dettaglio, ma facili da immaginare.

Comunque vadano le cose, rimane il fatto che anche la tranquilla Irlanda è finita nel vortice dell’incertezza politica come la gran parte dei Paesi europei. L’incertezza è la cifra di quest’epoca: bisogna imparare a conviverci e a trarne il meglio, ma senza rassegnarvisi.