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La facciata del palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Al supermercato, al bar, a cena con gli amici, nei vari gruppi su WhatsApp e, ovviamente, qui su Facebook: diverse persone mi hanno chiesto – chi maliziosamente, chi con amichevole curiosità – se è vero che terminando la legislatura prima di settembre perderò il diritto al vitalizio. Lo dico subito per chi non vuole leggersi tutto il post: NO. Ma quindi il vitalizio esiste ancora? NO. O meglio, non per i parlamentari eletti per la prima volta nel 2013 (come me), perché tutti quelli di prima lo prendono. E forse, ma qui sono io ad essere inutilmente malizioso, sperano che la legislatura si interrompa prima per un motivo che capirai in fondo.

Fino alla precedente legislatura, ogni parlamentare una volta cessato il mandato maturava il diritto a una pensione che era calcolata sulla base di un sistema “retributivo”, ma con gradazioni diverse. C’è stato un periodo in questo Paese, anche abbastanza lungo, in cui era sufficiente essere membri del parlamento per pochi mesi, anzi per pochi giorni al fine di maturare il diritto ad un assegno mensile per tutta la vita e indipendentemente dagli anni compiuti al momento della cessazione dalla carica.

Una stortura abnorme, corretta progressivamente con il passare degli anni, fino alla definitiva eliminazione del vitalizio. Quindi per i parlamentari che lo sono stati fino al 1994 bastava un solo giorno di legislatura per godere per tutta la vita di un assegno mensile piuttosto robusto (si calcolava sulla retribuzione, non sui contributi versati); poi sono diventati 2 anni e sei mesi fino al 2006 e cinque anni per chi è stato eletto dal 2006 al 2012. Cambiato anche l’anno di partenza del vitalizio: senza limiti per gli eletti fino al 1994, 60 anni fino al 2006, 65 dal 2006 in poi.

Oggi un parlamentare eletto per la prima volta nel 2013 (come me) quando cessa il proprio mandato non ha diritto ad alcun vitalizio. Ogni mese si versano dei contributi previdenziali che daranno diritto a 65 anni ad una pensione di 900 euro lordi mensili (cifra calcolata per chi fa una legislatura piena con sistema contributivo). Contributi che si sommano agli altri contributi versati nel corso della vita lavorativa.

Se la legislatura si interrompe prima di 4 anni, 6 mesi e 1 giorno (in questo caso 15 settembre 2017) si perde la possibilità di ottenere questa pensione. Che fine fanno i contributi versati? Vengono cancellati. O meglio, rimangono nella “cassa” della Camera di appartenenza e non vengono restituiti sotto altra forma a chi li ha versati; verranno usati per pagare i vitalizi di quelli che c’erano prima e che sono andati in pensione con il sistema retributivo.

Circola un’immagine sui social in cui si dice a caratteri cubitali: “La pensione d’oro arriva dopo 4 anni e mezzo di legislatura e cioè a settembre 2017. Ecco perché non vogliono farti votare prima”. FALSO. Al di là che ognuno può dare il proprio giudizio su quanto sia “d’oro” un assegno mensile di 900 euro lordi, l’assegno non arriverebbe prima del compimento dei 65 anni.

Ora, mi sta bene tutto; ma credere davvero che a 33 anni (li ho compiuti il 30 ottobre scorso) possa condizionare la mia opinione su una fase così delicata per la vita del Paese sulla base di un assegno che forse mi sarà riconosciuto fra tre decadi, è fuori dalla realtà.

La verità è un’altra: molti di quelli che gridano allo scandalo, hanno una paura tremenda delle elezioni. Perché pensano di non essere rieletti, perché il parlamentare è stato il primo lavoro che hanno fatto nella loro vita, perché non hanno alcuna prospettiva professionale al di fuori della politica. E allora pur di salvare la propria posizione si è disposti a tutto: anche a far credere ciò che non esiste.

Salvo poi chiederti, quando ti incontrano a Montecitorio: “Oh, ma sul serio volete andare a votare presto?!”. Sì, sul serio.