Iministero-economian questi giorni molto si discute molto della crisi e del salvataggio di quattro banche:Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca delle Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio della Provincia di Chieti. Al centro della discussione la tragedia dei 10.500 soggetti che avevano investito denaro in obbligazioni subordinate, ovvero in titoli di debito ad altissimo rischio. Lo hanno fatto perchè spinti a farlo dalle quattro banche probabilmente senza essere adeguatamente informati sulle effettive e possibili conseguenze. Comportamenti sbagliati che sono unicamente responsabilità dei privati che gestivano gli istituti e attuavano le relative politiche commerciali. Il decreto del Governo è servito per mettere in sicurezza i risparmi di circa 1 milione di correntisti e obbligazionisti per un controvalore di circa 12 miliardi di euro (oltre ai depositi già garantiti). Grazie al salvataggio sono nate 4 nuove banche con forza patrimoniale molto superiore a quella delle banche originarie, gravate da crediti in sofferenza o non esigibili. Si attiverà una commissione parlamentare di inchiesta per verificare le effettive responsabilità e si sta cercando di creare un fondo (non con risorse pubbliche perchè è illegale farlo, ma con soldi di altri istituti di credito) per aiutare le vittime del crack delle banche coinvolte. Questi i fatti. Le polemiche le lascio ai professionisti della polemica, di cui l’Italia è piena.

Approfondimento: il comunicato del Ministero e l’impegno del Governo

Di seguito la scheda con le nuove regole di gestione delle crisi bancarie (a cura del Sole24ore)

Le nuove regole europee 
La direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) introduce in tutti i Paesi europei regole analoghe per gestire le crisi bancarie a partire dal 1° gennaio 2015. La direttiva in materia di coinvolgimento dei privati nelle crisi bancarie (bai-in) entrerà invece in vigore in tutti i Paesi europei il 1° gennaio 2016. La Brrd istituisce delle autorità di risoluzione che concidono con le banche centrali nazionali. Nel caso italiano dunque l’autorità di risoluzione è Banca d’Italia. A essa sono attribuiti i poteri per: pianificare la gestione delle crisi; intervenire per tempo; gestire al meglio la fase di “risoluzione”.

Perché sono state introdotte? 
Fino a oggi le crisi bancarie in Europa sono state gestite con iniezione di fondi pubblici, cioè in ultima analisi con i soldi dei contribuenti. La Bce stima che tra il 2008 e il 2014 i costi dei salvataggi a carico degli Stati europei siano stati di 800 miliardi. Questo ha comportato un forte aumento del debito pubblico in molti Paesi, con conseguenti dure misure di austerità per evitare che i bilanci pubblici esplodessero. Secondo i dati Eurostat, a fine 2013 gli aiuti ai sistemi finanziari nazionali avevano fatto lievitare il debito pubblico di quasi 250 miliardi di euro in Germania, 60 in Spagna, 50 in Irlanda e nei Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia. In Italia – che durante la crisi aveva sempre sostenuto di non aver bisogno di aiuti per il suo sistema bancario – il sostegno pubblico è stato molto limitato: circa 4 miliardi, tutti ormai rimborsati. Con poche eccezioni, dunque, i contribuenti europei hanno pagato un conto molto salato per salvare le banche. Nasce da questo problema la direttiva Brrd, che si pone l’obiettivo di accollare tutti i costi delle crisi bancarie sugli investitori privati piuttosto che sui contribuenti.

Che cos’è la risoluzione di una banca e quando avviene?
Sottoporre una banca a risoluzione significa avviare un processo di ristrutturazione che mira a evitare interruzioni nei servizi essenziali come depositi e pagamenti. L’alternativa alla risoluzione è la liquidazione. Bankitalia può imporre la risoluzione di una banca se vengono soddisfatte tre condizioni: la banca è in dissesto o a rischio di dissesto, per esempio quando ha azzerato o quasi il suo capitale; misure come gli aumenti di capitale sono ritenute insufficienti a evitare il dissesto; sottoporre la banca alla liquidazione ordinaria non permetterebbe di salvaguardare la stabilità finanziaria del sistema e di proteggere depositanti e clienti.

Quali sono gli strumenti di risoluzione?
Prima di arrivare a toccare gli investitori che hanno investito nella banca in crisi, le autorità di risoluzione potranno: vendere una parte delle attività a un acquirente privato; trasferire temporaneamente le attività e passività a un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti, in vista di una vendita; trasferire le attività deteriorate a un veicolo (bad bank) che ne gestisca la liquidazione; solo in ultima battuta applicare il bail-in, ossia svalutare azioni e crediti degli investitori. L’intervento pubblico è previsto soltanto in circostanze straordinarie e solo dopo che i costi della crisi siano ripartiti con gli azionisti e i creditori attraverso l’applicazione di un bail-in almeno pari all’8 per cento del totale delle passività della banca.

Che cosa è il bail-in e come funziona?
Il bail-in (salvataggio interno, da contrappore al bail-out, cioè il salvataggio esterno) è uno strumento che consente alle autorità di risoluzione di disporre, al ricorrere delle condizioni di risoluzione, la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca.

Cosa rischiano i risparmiatori?
Il bail-in segue una precisa gerarchia: chi investe in strumenti finanziari più rischiosi si accolla le perdite prima degli altri. L’ordine è questo: prima pagano gli azionisti della banca in crisi; poi i detentori di obbligazioni subordinate; poi i creditori chirografari (quelli privi di garanzie); poi le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di conti correnti i nquella banca per un importo superiore a 100.000 euro; infine il Fondo interbancario di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti al di sotto dei 100mila euro, protetti dallo stesso Fondo. Gli investitori insomma devono fare estrema attenzione ai rischi di alcune tipologie di investimento. È questo il caso soprattutto dei detentori di obbligazioni subordinate, così chiamate proprio perché sono la categoria di bond che viene rimborsata per ultima in caso di default dell’emittente. Come spiegano i fogli informativi di questi strumenti finanziari, «i sottoscrittori saranno rimborsati solo dopo che siano stati soddisfatti tutti gli altri creditori non subordinati». I bond subordinati sono quelli venduti da Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti e che hanno visto ridurre drasticamente o azzerare il loro valore.

E cosa rischiano i depositanti?
I depositi fino a 100.000 euro, cioè quelli protetti dal Fondo di garanzia dei depositi, sono esclusi dal bail-in. Questa protezione riguarda, ad esempio, le somme detenute sul conto corrente o in un libretto di deposito e i certificati di deposito coperti dal Fondo di garanzia; non riguarda, invece, altre forme di impiego del risparmio quali le obbligazioni emesse dalle banche. Facciamo un esempio: un correntista ha un conto da 120mila euro in una banca che viene sottoposta alla procedura di risoluzione. A rischio di incappare in perdite sono i 20mila euro eccedenti i 100mila coperti da garanzia. Quanto agli investimenti in BoT, BTp, fondi, azioni e quant’altro che il correntista gestisce attraverso il deposito titoli della banca in questione, non sono mai a rischio.

Quali passività delle banche sono escluse dal bail-in?
Non possono essere né svalutati né convertiti in capitale: i depositi di importo fino a 100.000 euro; le passività garantite, inclusi i covered bond e altri strumenti garantiti; le cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito. Esclusi anche i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Cosa si intende per “decreto salva-banche”?
Il cosiddetto “decreto salva banche” è un provvedimento che il governo ha varato domenica 22 novembre per gestire il salvataggio delle quattro banche in difficoltà (Banca Marche, CariChieti, Banca Etruria e CariFerrara). Questo è stato fatto per gestire il salvataggio dei quattro disastrati istituti di credito prima dell’entrata in vigore del «bail-in» in modo da evitare il coinvolgimento delle categorie più deboli: gli obbligazionisti senior e i correntisti. Questo è stato possibile grazie a un fondo di risoluzione da 3,6 miliardi di euro a cui, a regime, contribuirà l’intero sistema bancario (anche se nell’immediato la liquidità è stata anticipata da Unicredit Intesa Sanpaolo e Ubi).

È previsto l’impiego di soldi pubblici?
No l’intervento é finanziato in gran parte dalle banche “sane”. Il prestito garantito dal fondo di risoluzione dovrebbe essere rimborsato una volta che la parte buona “good bank” e cattiva “bad bank” dei quattro istituti salvati sarà ceduta sul mercato. Non ci sono soldi pubblici messi in campo ma un rischio per i contribuenti c’è ed è dettato dal fatto che la Cassa depositi e prestiti ha messo la garanzia sulla cessione degli asset (malati e non) degli istituti di credito salvati.

Chi altro è chiamato a contribuire? 
L’obiettivo del piano “salva banche” era quello di evitare il coinvolgimento delle categorie più deboli di creditori. Nei fatti però una fetta importante dei clienti (aziende e risparmiatori) si è trovata suo malgrado a “salvare” la banca. Si tratta cioè degli azionisti e dei titolari di obbligazioni di grado inferiore al senior. In primo luogo dei titolari dei 728 milioni di euro di bond subordinati, che sono in tutto un numero limitato: sono infatti 10.350, pari a una media di circa 70mila euro investiti in questi bond da ciascun risparmiatore. Queste categorie di risparmiatori hanno visto il valore del proprio investimento azzerarsi dal giorno alla notte.