Testo a cura di Davide Ragone

Mi accodo e scrivo anche io qualche riflessione (politica e giuridica) sulla questione della sostituzione in commissione Affari costituzionali dei deputati PD che hanno dichiarato che non voteranno la legge elettorale.

Parto dall’articolo 19 del Regolamento della Camera, che al comma 1 dice che “ciascun Gruppo parlamentare, subito dopo la costituzione, DESIGNA i propri componenti nelle Commissioni permanenti…”.
In materia di SOSTITUZIONE lo stesso articolo 19 evidenzia 3 casi:
1) deputati sostituiti perché membri del GOVERNO (comma 3): “ogni gruppo sostituisce i propri deputati che facciano parte del Governo in carica con altri appartenenti a diversa Commissione”;
2) deputati sostituiti per uno specifico PROGETTO DI LEGGE (comma 3): “ogni gruppo può, per un determinato progetto di legge, sostituire un commissario con altro di diversa Commissione, previa comunicazione al presidente della Commissione”;
3) deputati sostituiti per una SEDUTA (comma 4): “un deputato che non possa intervenire ad una seduta della propria Commissione può essere sostituito, per l’intero corso della seduta, da un collega del suo stesso gruppo, appartenente ad altra Commissione ovvero facente parte del Governo in carica”.
Il caso 2) sembra decisamente simile a quello in esame. Fin qui, quindi, tutto chiaro, ma è “solo” una procedura, che non tiene conto della politica etc. etc.

A me allora sorge una domanda ingenua: ma che cos’è un gruppo parlamentare?
Prendo volontariamente la definizione da wikipedia, che riporta quella elaborata dal prof. Giuseppe Ugo Rescigno (non esattamente un conservatore, un giovane turco o un renziano): il gruppo parlamentare è “l’unione dei membri di un ramo del Parlamento appartenenti allo stesso partito che si costituiscono in unità politica con una organizzazione stabile ed una disciplina costante”.

Prendo poi un estratto dall’articolo del prof. Salvatore Curreri, redatto in occasione dell’approvazione del testo al Senato, che tiene assieme l’aspetto giuridico con la dimensione politica:
“Il confronto in commissione è confronto non tra singoli parlamentari ma tra rappresentanti dei gruppi (e non a caso, come detto, il regolamento qualifica così i componenti delle commissioni). Il che non significa reprimere il dissenso ma evitare che, per CIRCOSTANZE FORTUITE (il fatto ad esempio che i senatori dissenzienti nel gruppo si ritrovino in maggioranza in commissione) questo possa pesare politicamente di più in commissione di quanto effettivamente valga in Assemblea, con la conseguenza che si possa respingere in sede referente un progetto che invece riscuote il consenso della maggioranza del gruppo in Assemblea.”

Nel momento in cui la decisione presa sia in sede di governo che in sede di partito (direzione PD) che in sede di gruppo parlamentare (riunione ad hoc) è quella di approvare un determinato testo di legge (sul quale, peraltro, aveva votato favorevolmente anche parte dell’opposizione), quali sono le altre possibilità rispetto alla sostituzione?
Me ne vengono in mente solo di peggiori:
– approvazione di un testo voluto da minoranza e opposizioni (da modificare poi in aula),
– approvazione del testo della maggioranza con voto favorevole forzato da parte di persone qualificate che hanno un’idea differente e non negoziabile di legge elettorale (che potranno poi esprimere in aula ex art. 67 Cost.),
– espulsione dal gruppo parlamentare o dal partito.
La soluzione della sostituzione dei membri in Commissione appare, quindi, non solo legittima da un punto di vista procedurale, ma anche fondamentalmente ragionevole, rappresentando in qualche modo anche una exit strategy per quei deputati finiti in un cul de sac.