Per fortuna c’è Predappio, con il peso della sua storia e della dannata memoria del suo cittadino più (tristemente) celebre. Una bella dichiarazione indignata contro qualche decisione controversa (come quella di negare il patrocinio ad Anpi), un post contro i nostalgici in occasione dell’anniversario della marcia su Roma o un avvertimento con il rischio di “deriva fascista” che fa sempre scena. Perchè senza Predappio e questi annessi e connessi, tanti signori e signore avrebbero ben poco da dire.

Invece più che dire, ci sarebbe tanto da fare per togliere Predappio da questo cono d’ombra, da questo conflitto permanente tra “buoni e cattivi”, da questa continua analisi del sangue di anti-fascismo: se non ti uniformi ai toni delle condanne sei poco antifascista, se non sei iscritto all’associazione o al partito “giusto” sei da guardare con sospetto, se non dici nulla sei quasi accusato di connivenza.

Così non si esce da questa gabbia ideologica, che però fa tanto comodo a benpensanti di una parte e dell’altra. Ciò che serve, invece, è agire concretamente per estrarre Predappio da questo pantano, lavorare sul suo valore simbolico per costruire un progetto culturale, educativo e storico che consenta a tutti coloro che hanno voglia di farlo di approfondire un pezzo della storia d’Italia col quale non siamo ancora riusciti a fare i conti. Nonostante siano passati più di 80 anni.

Dei tanti politici che anche in queste ore si sono espressi sul mancato riconoscimento del patrocinio all’iniziativa organizzata da Anpi per la liberazione di Predappio (un errore che si poteva e doveva evitare), pochissimi hanno visitato il paese; ancor meno hanno parlato con le persone che ci vivono; nessuno o quasi si è cimentato col difficilissimo compito di realizzare un progetto ambizioso e multidisciplinare di valorizzazione di Predappio. Una località che può diventare il simbolo di un’Italia che guarda al futuro con la consapevolezza del proprio passato.

Anzi, molti di quelli che oggi si indignano in passato hanno ostacolato i progetti di chi si è battuto per salvare Predappio dalla lotta nel fango delle accuse incrociate, del revisionismo storico, delle carnevalate dei nostalgici. Perchè a tanti fa comodo che Predappio rimanga così.

Penso, invece, che chi non si riconosce nel continuo scontro ideologico che si consuma ad ogni data-simbolo (soprattutto gli anniversari della marcia su Roma e della morte di Mussolini), abbia il dovere di unire gli sforzi e lavorare per realizzare qualcosa di alto profilo, di ambizioso, di grande. Che parta da Predappio avendo l’ambizione di parlare all’Italia, all’Europa e al mondo.

Certo per farlo occorre studiare, approfondire, cercare collegamenti con istituti di ricerca e università, coinvolgere enti pubblici e privati, avere una visione di ampio respiro e che va oltre i mandati elettorali. Servono generosità, lungimiranza e capacità mettere insieme persone che hanno posizioni politiche diverse, ma che sono unite dal medesimo obiettivo.

C’è qualcuno che ha davvero voglia di impegnarsi, concretamente, su questo? Io alzo la mano, in fondo è un lavoro che era già stato avviato e a cui avevo contribuito. Si può perfezionare, affinare, migliorare, accrescere; oppure si può lasciar cadere nel vuoto per perpetuare una condizione ormai divenuta stucchevole al punto da interessare sempre meno persone.

Mi rendo conto quanto sia più comodo e meno rischioso rimanere nella comfort-zone dei pensieri standardizzati, nelle consuetudini che da tempo chiudono Predappio in una serie di stereotipi che bloccano sul nascere la potenza di un messaggio globale che proprio da qui, invece, potrebbe partire.

E portare benefici in termini di visitatori, indotto e – per ultimo, ma a mio avviso più importante – piena consapevolezza di ciò che siamo stati, di come è stato possibile che sia avvenuto quel che Liliana Segre ha ricordato, tra gli applausi unanimi, durante il suo discorso al Senato che ha aperto questa legislatura. Una consapevolezza di cruciale importanza per una comunità che vuole costruire un solido futuro.