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Non si può rimanere indifferenti di fronte alla scelta di Monica Fantini. Senza entrare nel merito della decisione e delle ragioni che sono questione inerente Legacoop Romagna, ci sono due preoccupazioni e che questo fatto ispira.
La preoccupazione riguarda il progetto Romagna. Se è ormai unanimemente riconosciuto (almeno pubblicamente e tra gli addetti ai lavori) che la Romagna deve stare assieme e superare i vecchi campanili che ci stanno facendo perdere opportunità, tutto ciò si scontra con la traduzione pratica di questa visione. Ciò che preoccupa è che la difficoltà non riguarda solo le istituzioni e la politica, ma colpisce profondamente anche il mondo della rappresentanza, la cosiddetta “società civile”.
Non sfugge lo stallo che riguarda l’idea di un’unica camera di commercio romagnola nonostante in questo caso la politica locale e nazionale (attraverso provvedimenti di legge) abbia dato un forte impulso in questa direzione. Se si considera che le Camere sono governate e dominate dalle associazioni di categoria e da amministratori da loro espressi, le difficoltà che sta vivendo Legacoop nel suo nuovo assetto romagnolo, le medesime peripezie che anche altre organizzazioni stanno vivendo, né emerge un quadro preoccupante. Il cambiamento spaventa, anche nel mondo dell’economia e della rappresentanza d’impresa. Quello che non possiamo permettere è che venga rallentato o addirittura soppresso dai conservatori, affezionati a modelli che forse hanno pagato in passato ma che oggi mostrano clamorosamente tutti i loro limiti.
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Con Monica Fantini al parco urbano di Forlì durante la Settimana del Buon Vivere

A ciò si lega la seconda preoccupazione che deve suscitare il gesto di Monica Fantini. Riguarda la Settimana del Buon Vivere, progetto partito come un’utopia e in pochi anni divenuto un marchio di fabbrica di Forlì e della Romagna. Una iniziativa che ha saputo liberare energie fino a prima inespresse, attingendo dalle forze migliori del nostro territorio, soprattutto quelle più giovani. L’edizione 2015 ha raggiunto l’apoteosi in termini di pubblico, di indotto generato, di opportunità economiche scaturite, di promozione delle nostre qualità e peculiarità. Ciò è stato possibile grazie a centinaia di persone che vi hanno lavorato, certamente; ma anche per la determinazione di chi ci ha creduto e si è spesa fin dall’inizio.

Con la Settimana del Buon vivere si è sancita una rottura con il metodo della rappresentanza di interessi legato al passato, a un certo collateralismo, alle “cinghie di trasmissione” aprendo, invece, a un modo di fare impresa attento all’impatto sociale, al legame con il territorio di appartenenza, alla necessità di individuare nuove e alternative occasioni di crescita economica (ma non solo) basate su cultura, qualità della vita, sostenibilità ambientale, creatività. Amartya Sen l’ha chiamata “economia della relazione”.
Senza scomodare premi Nobel (benché ultimamente spesso “di casa” dalle nostre parti), credo non si debba perdere l’ambizione di fare della Romagna il territorio dell’innovazione, del cambiamento. Spesso può essere meno comodo che trincerarsi dietro al “si è sempre fatto così” spesso addotto come giustificazione per respingere il cambiamento; ma è molto più avvincente e produttivo che rinunciare a una battaglia che è prima di tutto culturale e deve vedere dalla stessa parte tutti coloro che, senza distinzioni di appartenenza, hanno a cuore il nostro futuro.
Marco Di Maio