“Andrà tutto bene”, ci ripetevamo a ogni occasione un anno fa quando per la prima volta cominciammo il lockdown. L’ho ricordato oggi prendendo la parola alla Camera nel corso del dibattito sull’ultimo “decreto Covid” del governo Conte.

Eravamo increduli e spaventati di fronte a un nemico sconosciuto, abbiamo imparato ad adattarci a nuove abitudini e a maneggiare vocaboli, strumenti e stili di vita e di lavoro che sentivamo lontani e a cui non eravamo preparati.

Ci spaventavano le notizie che arrivavano dalle province più colpite e ci facevano indignare quelle trasmesse da alcune Tv internazionali che dipingevano l’Italia come untrice del mondo intero.

Si è aperta una fase del tutto nuova e inaspettata nella vita di ciascuno di noi. In un primo tempo, pensando che sarebbe durato poco, hanno prevalso i sentimenti miglioriPoi le cose sono cambiate.

Sofferenze, stress psicofisico, disagio sociale che ben presto si è trasformato, o sommato, a quello economico, paura di ammalarsi di un morbo che ha già strappato la vita a più di 100mila connazionali.
Persone in carne ed ossa, spesso morte in solitudine senza nemmeno poter trovare il conforto delle famiglie e degli amici. Un dolore immane.

Dopo un anno possiamo dire che no, non è andato tutto bene. Ma a differenza di allora sappiamo che esiste un modo per uscirne: i vaccini.

Paesi che hanno saputo organizzarsi meglio e con anticipo oggi sono nelle condizioni di riaprire molte attività. E’ il caso, ad esempio, di Israele e Gran Bretagna, ma non sono i soli.

L’Italia e l’Europa devono seguire quella scia con più determinazione. Oggi finalmente il nostro Paese – senza la ridicola retorica del “battere i pugni sul tavolo”, ma con l’autorevolezza di un premier che sa dove e come muoversi – sta cambiando radicalmente passo. Portandosi dietro anche il resto d’Europa.

A breve arriveranno decine di milioni di dosi: l’Italia sta schierando tutto ciò di cui dispone per distribuirli e somministrarli rapidamente: abbandonati i progetti fantasmagorici delle “Primule” progettate da star dell’architettura per lasciare spazio alla concretezza di chi è abituato a organizzare, pianificare, gestire. Anche e soprattutto in contesti di emergenza.

È la battaglia finale.

Se saremo all’altezza del compito – come ha anticipato il presidente Mario Draghi nel suo discorso in occasione della Giornata internazionale della donna – in poco tempo ci riprenderemo quegli spazi di “normalità” di cui tanto sentiamo la nostalgia.