L’Italia è il Paese con la maggiore produzione di vino al mondo.
I vini rappresentano le culture locali, le tradizioni, le storie di intere comunità, molte delle quali basano buona parte della loro economia sulla produzione di questo prodotto.

In questi giorni si sta discutendo nelle sedi europee, nell’ambito della ridefinizione della PAC (la Politica Agricola Comune), la possibilità di mantenere le denominazioni dei vini anche a seguito di processi di dealcolazione, se non addirittura di annacquamento (anche se sembra che questa seconda ipotesi non compaia tra le proposte in esame).

Partendo dal presupposto che la discussione è ancora aperta e che l’Italia, proprio in virtù della sua posizione dominante in questo settore, mi auguro sappia avere un peso determinante nella decisione finale, penso sia difficile per chiunque immaginare – ad esempio – una bottiglia di Sangiovese DOC senza gradazione alcolica che ne determina il sapore, i profumi e il gusto. Stesso discorso vale per le tantissime eccellenze italiane, come il Barolo, il Montepulciano, il Pinot, il Chianti ecc. E lo dico da astemio (mio malgrado).

Credo allora che questa eventualità, al limite, possa essere concessa solo per i vini “da tavola”, quelli industriali non protetti da etichette DOC e IGP che ne garantiscono la qualità e il valore in tutto il mondo. Solo così proteggeremo i nostri piccoli e medi produttori locali, tuteleremmo i nostri marchi e manterremmo alta la qualità e l’indotto economico che ne deriva.